Il Blog di Lebowsky

"Tiente largo, ma datte 'n limite" (cit. M. Paolini)

I dubbi di una guerra

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Da Repubblica del 12 maggio u.s., via Wittgenstein, Adriano Sofri sulla guerra in Iraq (ho provato a tagliare ma pur non avendo sempre gli stessi convincimenti, ritengo sia un articolo da leggere da cima a fondo, con pazienza e mente aperta):

Avendo scritto che le torture sono una ragione bastante ad augurarsi che i militari americani abbandonino l’ Iraq, fino all’ ultimo uomo e all’ ultima donna, ho ricevuto delle obiezioni. Una soprattutto: che cosa avverrebbe dopo? Non lo so, e temo il peggio. Ma ci sono avvenimenti che toccano così sensibilmente il nervo della nostra vita morale, da non sopportare il calcolo delle convenienze e lo stesso spirito di responsabilità o di sacrificio. Non si può restare in un paese altrui dopo aver promesso liberazione e democrazia, ed essersi macchiati di un’ infamia come le torture su prigionieri.Nemmeno dopo aver chiesto scusa, e tanto meno additando la colpa di pochi, di grado alto o basso. Le torture in Iraq sono state troppo numerose, troppo feroci e oscene, troppo metodiche, per restare circoscritte a qualche esemplare processo e punizione di corte marziale. L’ intervista di Bush alle tv arabe, le deposizioni di Rumsfeld alle commissioni di senato e congresso, sono acqua tiepida sopra le ferite mortali inflitte ai prigionieri, e sopra l’ oltraggio smisurato commesso contro il pudore e l’ orgoglio di tanta parte del mondo. Gli americani si sono procurati un certificato di indegnità, e solo gli americani possono cercarne un arduo riscatto.

Prima che la rivelazione delle torture esplodesse, e lo scandalo corresse il mondo, gli americani facevano i conti con un problema difficilissimo, l’ unico che rendesse plausibile il confronto col Vietnam, altrimenti fuorviante. Quando le cose vanno molto male per un esercito di intervento e di occupazione, qualunque buona o pessima ragione l’ abbia portato in una terra straniera, un comando responsabile deve chiedersi se restare sia giusto, e abbia una prospettiva di riuscire a un prezzo ragionevole. La tentazione più facile è di rispondere alla difficoltà rincarando la dose: nuove truppe, nuove armi, l’ escalation infinita che imparammo a conoscere col Vietnam, appunto. E che oggi Ted Kennedy rimprovera a Bush come una tentazione diabolica, amara citazione, perché l’ escalation vietnamita ebbe anche la firma di John Kennedy. Giocare al rialzo permette di salvare per il momento la faccia, di riverire la ragion di Stato, di dilazionare la resa dei conti. In fondo a questa scelta sta, invece dell’ onorevole fallimento, la vergognosa bancarotta, la bandiera arrotolata nella rotta e la fuga affannosa dal tetto dell’ ambasciata di Saigon. Coraggioso è un comando che, persuaso dello scacco finale che incombe sulla sua impresa, rifiuti la dilazione e decida di smettere, risparmiando esosi costi materiali e morali. Non so che cosa passasse fino a qualche giorno fa per la testa delle autorità americane, e può darsi che non vedessero l’ ora di squagliarsela, e cercassero solo il pretesto più passabile, compreso il trasferimento di poteri all’ Onu (ma che coinvolgesse la sicurezza, dunque le truppe).

Fino a quel punto la questione dipendeva ancora dalla valutazione della realtà e dei suoi prevedibili sviluppi. Era una questione di fatto. Dopo le torture, e le rivelazioni sulle torture, ha cambiato natura. è diventata una questione puramente morale. Dunque oltrepassa la valutazione di fatto, i rapporti di forza, le previsioni sugli scenari. Restare o andarsene è solo questione di che cosa è bene e che cosa è male. Linguaggio cui l’ amministrazione Bush si mostrava fin troppo affezionata. Bisogna farsi due domande. La prima: si può pensare che, da qualunque apprezzabile intenzione siano mossi, e qualunque buona azione compiano, gli americani, inchiodati alle fotografie di Abu Ghraib, possano ancora guadagnarsi il credito anche solo di una minoranza di iracheni? La seconda: come potranno gli americani riparare alla compromissione catastrofica della propria immagine in Iraq e nell’ intero mondo “terzo” (ma anche nel primo), che vanifica oggi, o peggio, ogni intervento internazionale americano? Non ci sarà per anni e anni una discussione da bar, un dibattito televisivo, una contravvenzione stradale, in cui l’ interlocutore non estragga dal taschino le fotografie degli incappucciati e denudati di Abu Ghraib. L’ unica possibilità, se non di compensare, almeno di attenuare l’ effetto dirompente delle immagini di Abu Ghraib, sta nell’ associare loro un gesto straordinario. Le dimissioni di Rumsfeld, l’ ha scritto Bernardo Valli, lo sarebbero per gli osservatori professionali, e per l’ opinione pubblica americana, non per la gente dell’ Iraq e del resto del mondo. La quale sarebbe colpita solo dalla decisione degli americani di tornarsene a casa, chiedendo scusa. (Oppure dalle dimissioni di Bush, che tuttavia sono affare degli americani, mentre che restino o vengano ritirate le truppe americane è affare di tutti i loro alleati). Anche se si tema che la conseguenza per l’ Iraq sarebbe grave, l’ argomento non vale più: è intervenuta una squalifica morale, gli americani si sono messi fuori gioco.

C’ è un altro argomento: il ritiro degli americani dall’ Iraq sancirebbe una vittoria sconvolgente del terrorismo islamista e di Al Qaeda. Forse è così. Se fosse così, non si potrebbe che prenderne atto, e piangere del male di cui si è causa. Può non essere così. Sarebbe una inebriante vittoria del terrorismo un ritiro degli americani conseguente a una sconfitta militare sul campo, e a una sconfitta politica: una ripetizione più lunga e costosa dell’ onta della Somalia. Ma il governo americano che annunciasse il ritiro dichiarando il proprio dolore e la propria vergogna per le torture salverebbe, con l’ umiliazione di oggi, una possibilità di futuro. Lo so, vedo già disegnarsi sorrisi di realistica superiorità, e pronunciarsi fesse frasi fatte sulle guerre preventive e magari umanitarie che non sono un pranzo di gala eccetera. Questo realismo inganna se stesso. I potenti del mondo hanno un’ inveterata abitudine a ignorare la forza dei sentimenti e dei pensieri delle persone: dei cittadini, dei sudditi. Li ignorano per distrazione (la potenza distrae), per disprezzo, per supponenza. Credono di fare secondo Machiavelli, ma Machiavelli ammoniva al contrario. è strano che i potenti siano così insensibili allo stato d’ animo del mondo, e siano intanto così ossessivamente succubi dei sondaggi d’ opinione. Dipende anche dal fatto che i potenti sono provinciali, cioè legati al loro paese – è lì che prendono i voti, è lì che cercano la popolarità – e indifferenti al mondo di cui cantano la globalità. George W. Bush, titolare dell’ unica superpotenza mondiale, sembra del tutto indifferente all’ audience globale. Sale e scende nei sondaggi interni, ma si attira addosso un odio sviscerato in gran parte del mondo, e non se ne dà per inteso.

Questa sottovalutazione non è più solo una ottusità psicologica, è un madornale errore politico. Nel mondo globale e nelle sue guerre senza frontiere i sentimenti e le opinioni di popoli e persone sono alla lunga un’ arma atomica. Alla lunga, mentre i potenti hanno fretta, oppure hanno l’ acqua alla gola. Vale per Bush, vale per Sharon e il governo israeliano, che ricaccia con le armi e i muri ogni giorno un po’ più in là l’ aggressione terroristica che vuole annientare Israele, ma si è dimenticato da tempo, o si è stufato, di occuparsi di che cosa il mondo pensi e senta di lui. è nel propri
o paese che si guadagnano mucchi di voti, ma è nel vasto mondo che si guadagnano torme di assassini suicidi. Di questo disprezzo per i sentimenti del mondo, e del suo disastroso effetto su pudore, costumi e pregiudizi sessuali, l’ America diede già una prova grottesca con la lunga farsa dell’ indagine su Clinton e Monica Lewinski. La democrazia occidentale avrebbe potuto mostrarsi come un luogo in cui le private relazioni sessuali, anche dei presidenti e delle stagiste, non possono entrare nella discussione pubblica e tanto meno nelle Corti supreme; oppure come il luogo in cui un comportamento sessuale eccentrico o fin troppo ordinario si traduce nella sua ammissione e rivendicazione. Invece il mondo terzo ebbe mesi e anni per ridere delle gonne macchiate in frigorifero e delle bugie del presidente. Sesso anche allora, come ad Abu Ghraib, ma adesso niente più da ridere. L’odio e il disprezzo che le fotografie di Abu Ghraib hanno procurato all’ America sono il primo premio di una lotteria alla rovescia. Cancellano, per la vasta parte della terra che è intimamente antiamericana, l’ effetto di cento 11 settembre, ammesso che già di quell’ 11 settembre non avesse gioito. Quanto all’ isolazionismo, sarà più possibile all’ America tornare in campo andandosene oggi o restando? Se ne vadano dall’ Iraq, i militari americani, e il loro paese conserverà qualche titolo a misurarsi col resto del mondo. Battuti sul campo, se ne andrebbero sconfitti dal terrorismo e dalla rivolta nazionale, dunque senza riparo. Ritirati per propria decisione e con tante scuse, se ne andrebbero sconfitti da se stessi, dunque con una possibilità di riscatto.

Questa è la mia meditata convinzione, che non prende le torture come la conferma di una posizione pregiudiziale, e nemmeno come la goccia che fa traboccare il vaso, ma come una contraddizione irreparabile alle intenzioni proclamate dagli Usa. Che cosa avverrebbe in Iraq, riguarderebbe, come ieri e oggi, anzi di più, l’ intera comunità internazionale, e quelle Nazioni Unite di cui non si può fare a meno, benché si debba fare a meno di immaginarle come un contraltare morale alle nefandezze di governi ed eserciti nazionali. (Se ne sono commessi, di imbrogli scandali e violenze sessuali, “sotto l’ egida” dell’ Onu). Abu Ghraib, e già Guantanamo, mostrano, a chi ancora non avesse voluto pensarlo, che i “volonterosi carnefici”, gli aguzzini della porta accanto, non hanno bisogno di essere tedeschi degli anni ‘ 30 e ‘ 40. Guardando quelle fotografie, bisogna riconoscersi nei torturati, bisogna riconoscersi nei torturatori, chiedere scusa, e ricominciare daccapo. Proprio daccapo.

Anche io non so cosa accadrebbe con un ritiro prematuro delle forze militari. So che ero contrario all’intervento e alle motivazioni, poi rivelatesi false e contraddittorie, che lo hanno mosso. Ero contrario all’intervento italiano, perché era una condivisione anche solo parziale di quelle motivazioni. Ora però ci stiamo ed ho paura che una fuga precipitosa possa lasciare campo libero a questo nemico reale che è il terrorismo fondamentalista, dunque ad un eccidio.

La questione morale aperta da Adriano Sofri è forte e condivisibile. La presenza oggi è una contraddizione in termini; è la negazione dei valori agitati contro il regime iracheno e contro il fondamentalismo. Gli Stati Uniti non hanno più alcuna credenziale per la democrazia e la libertà, per restare. Avrebbero dovuto correre ai ripari subito, mozzare loro sì i vertici militari e politici, Rumsfeld incluso (anzi primo). Avrebbero dovuto essere diversi.

Qui si pone però un’altra domanda: in ogni guerra ci sono torture, negazioni dei diritti umani e calpestio frenetico della dignità. Penso all’Algeria come alla Cecenia, alla Bosnia o al Montenegro. L’odio, in tutte le sue forme, trova terreno fertile. Non sempre, ma spesso per mano dei militari. Quale valore continua ad insistere in questo ambiente specifico? Per quale motivo spesso viene coperta la violenza quotidiana interna agli eserciti (vedi nonnismi ed affini)?

Seconda questione: ci spaventiamo e ci schifiamo alla vista degli orrori di questi giorni, torture o decapitazioni che siano. C’è un problema di informazione e secondo me si scinde in una morbosa sete di notizie e immagini orribili da parte delle persone e, contemporaneamente, nell’importanza di vedere tutto senza nascondersi nulla. Tale importanza ci consente di giudicare e di non indorare la pillola. E non ci sono molti punti di equilibrio tra l’una e l’altra strada. C’è però il fatto incontrovertibile che le guerre non viste e le torture non viste non hanno lo stesso peso: penso alla Cecenia ad esempio, forse uno dei genocidi più odiosi in atto. O alle carceri di casa nostra, forse, dove forme di tortura quantomeno psicologica vengono ancora applicate.

Ecco, impossibile avere certezze e idee precise. Già avere delle idee è però qualcosa, forse. Avere idea di cosa stiamo vivendo.

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