Il Blog di Lebowsky

"Tiente largo, ma datte 'n limite" (cit. M. Paolini)


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Outlook iOS app senza privacy

Avevo pensato di provare Outlook su iPad, testarne le caratteristiche e verificare se per il lavoro era più efficiente del client della Mela. Mailbox ha chiuso i battenti ormai da oltre un anno, Spark ha ancora diversi bug secondo me anche se molto accattivante, dunque era arrivato il turno del client di Microsoft, che peraltro si basa su Acompli, azienda e app acquistate proprio dal colosso americano.

Non riuscendo a impostare le porte IMAP da interfaccia, avevo chiesto un consulto a uno dei nostri tecnici e nel tracciare le richieste in fase di login che il client inviava in Rete, abbiamo scoperto una cosa che mi ha lasciato interdetto:

user e password registrate sul client vengono fornite a Microsoft e tutte le richieste di posta passano da un IP americano, di proprietà Microsoft.

Le credenziali non restano nel client. La posta è visibile a terzi e su suolo USA, dunque inutile fare riferimento alle nostre legislazioni europee in termini di privacy.

Inutile dire che ho disinstallato il client. Anche se non abbiamo nulla da nascondere, mi sembra un approccio pericoloso.

Pensateci.


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Arrivano i bot…

Fresco fresco su Linkedin Pulse:

Nelle ultime settimane sono iniziate sperimentazioni d’uso da parte dei marketers via via più serrate, di Telegram con i suoi canali (vedi il canale @Eniday) e con i suoi bot. Lo stesso avverrà per Facebook Messenger, fresco fresco di annuncio da parte di Zuckerberg, che coi suoi numeri è una piattaforma ghiotta per molti.

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Cosa sono i bot? Non sono i buoni ordinari del Tesoro cari ai nostri genitori e nonni… Wikipedia.it li definisce così:

Il bot (abbreviazione di robot) in terminologia informatica in generale è un programma che accede alla rete attraverso lo stesso tipo di canali utilizzati dagli utenti umani (per esempio che accede alle pagine Web, invia messaggi in una chat, si muove nei videogiochi, e così via). Programmi di questo tipo sono diffusi in relazione a molti diversi servizi in rete, con scopi vari ma in genere legati all’automazione di compiti che sarebbero troppo
gravosi o complessi per gli utenti umani.

Nei paesi anglosassoni, con “Bot” s’intende un programma autonomo che nei social network fa credere all’utente di comunicare con un’altra persona umana. Questi bot migliorano di anno in anno ed è sempre più difficile distinguere un bot da una persona umana.

Si aprono dunque scenari molto interessanti di interazione tra user e brand, dove le prime interazioni immediate a richieste specifiche degli utenti, potranno essere soddisfate in via automatica dai bot stessi. Cosa più interessante, le risposte sono messaggi richiesti esplicitamente dai singoli utenti e dirette solo a loro.

Penso al Customer Care come anche a situazioni più banali. La più banale di tutte, un ristorante. Con un bot Telegram posso chiedere qual’è il menu del giorno e vedermi rispondere in 1 secondo, magari con call to action al fondo per prenotare direttamente un tavolo. Ribadisco, esempio banale ma utile a capire quanti altri, dai più banali ai più complessi, possono essere immaginati e tradotti in realtà nel giro di pochi mesi.

fb-bot

Trovo molto stimolante questo scenario.

Dopodiché, mi faccio alcune domande che giro anche a voi. In un primo momento ci iscriveremo a molti canali, avidi di informazione e per sapere come funzionano. Apriremo cioè nuovi punti di contatto dei brand con noi stessi e saremo allertati dunque da più notifiche, su più applicazioni e su tanti device diversi (anche se la convergenza ci dimostra come lo smartphone sia ormai al centro del nostro mondo). Per uno che ha silenziato tutte le notifiche sonore sul proprio telefono (!), il rischio è di un rumore di fondo tale da prestare sempre meno attenzione alle informazioni che ci interessano davvero. A noi, saper utilizzare gli strumenti che abbiamo a disposizione. Perché non è colpa del telefono se al ristorante una coppia passa metà del tempo a leggere uno schermo invece che a parlarsi… quello è perché è una coppia di pirla e basta! 😉

Swarm & Foursquare


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La moltiplicazione delle app

Sono giorni che l’app Facebook ricorda a tutti che se si vorrà continuare a leggere i messaggi, occorre installare una nuova app dedicata. I motivi addotti puntano molto sulla velocità della nuova app e su poco altro. Motivi che, senza un obbligo, mai mi indurrebbero ad installare una seconda applicazione sul già affollato smartphone.

La scelta dunque mi lascia seri dubbi. Se poi la si legge anche alla luce dell’acquisizione shock di qualche mese fa di Whatsapp, viene da chiedersi perché non usare questa seconda per la messaggistica di Facebook, semmai.

Con buona pace di Zuckerberg, ho deciso che non la installerò: i messaggi potrò tranquillamente leggerli al notebook, quando avrò modo e tempo.

Secondo caso, Foursquare. I checkin sono ormai out da tempo dall’app principale, spostati su Swarm. L’app principale si limita a dirti cosa hai intorno di interessante per bere un caffè, prendere un aperitivo, mangiare, ecc. Sfrutta i giudizi degli utenti, le recensioni accumulate, ecc.

Ma se vuoi fare un check-in anche solo per ricordarti dove sei stato, nisba, devi scaricare la nuova app. Anche qui, grande enfasi sull’usabilità migliorata da questa scissione.

Non capisco se è una tendenza del momento, la moltiplicazione dei pani e delle app, ovvero se son due casi che leggo come idioti io ma invece qualcuno ha apprezzato e sa spiegarmene il motivo.

Sta di fatto che io non ho installato nemmeno Swarm.

Apple Mail per iOS 8


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L’email sul proprio iPhone: quale App?

Paradiso e inferno, l’email e la possibilità di leggerla ovunque ci troviamo. Da una parte possiamo lavorare in riva al mare, dall’altra, portiamo l’ufficio fino in riva al mare… in barba alle vacanze e giocandoci pezzi di vita privata. Questo post però non vuole essere una tirata morale contro la tecnologia, anzi. Semmai, una condivisione delle personali esperienze d’uso e test fatti con alcuni dei principali client di posta elettronica per iPhone.

Apple Mail

E’ l’applicazione di sistema, quella che non puoi eliminare o sostituire completamente nelle impostazioni. Classico mondo chiuso Apple e nemmeno con iOS 8 che ho installato in beta 4 sul mio cellulare, è possibile operare una scelta radicale sull’applicazione alternativa di default per la posta. Peccato.

L’applicazione Mail funziona comunque molto bene. Con la release ultima, appunto prevista con il lancio di iOS 8, ha delle gesture molto utili e personalizzabili. Con gli swipe posso immediatamente decidere se mostrare come letta una mail, o archiviarla, cancellarla, accedere ad ulteriori funzioni.

Apple Mail per iOS 8

Apple Mail per iOS 8

Cosa mi manca in Mail, così tanto da non utilizzarla più? La possibilità di rimandare la lettura di una mail. Un’azione semplice, alla base di Mailbox, l’app made in Dropbox, che utilizzo oggi full time.

Mailbox

E’ l’app che ha modificato il mio approccio alla posta elettronica. Ho adottato la regola della Inbox Zero, archiviando tutti i messaggi non in lavorazione. Le mail cui posso rispondere subito, vengono scritte, inoltrate e archiviate subito dopo. Quelle che richiedono un computer sotto mano o controlli ulteriori, con un semplice swipe le rimando. Spariscono dallo smartphone ma anche dalla Gmail, per ricomparire magicamente nel momento predefinito (più tardi in giornata, domattina, inizio prossima settimana, alla data x, ecc.).

Questo video ne spiega bene la filosofia:

L’inbox pulita, vi assicuro, rigenera la mente e conferisce un ordine superiore alle vostre attività, facendovi concentrare solo sui task urgenti. Da provare, non tornerete più indietro.

L’app consente anche di inserire foto scattate al momento o file di Dropbox. Purtroppo non supporta Drive di Google o Copy o altri cloud repository, scelta sicuramente legata a voler salvaguardare Dropbox dalla concorrenza. Trovo però sia un limite. Altro limite, alcune mancante integrazioni profonde con il sistema, per cui se vi arriva l’invito per un evento, non basta un tap per accettarlo e inserirlo nel vostro calendar.

Qui secondo me gli sviluppatori dovranno lavorare sodo, mentre mi pare che negli ultimi mesi si siano un po’ arenati anche nello sviluppo di una versione desktop che non trovo affatto strategica.

Acompli

Ho provato rapidamente anche Acompli, suite molto completa che mette assieme mail, calendari, contatti. Consente di allegare facilmente gli ultimi file scambiati via mail, subito resi visibili e disponibili, o dai principali cloud storage che conosciamo.

La modalità per rinviare la lettura di un’email però l’ho trovata meno facile di Mailbox, anche se risolve il problema dei calendari, integrandoli nell’app. Non mi ha però appassionato così tanto da farmi cambiare applicazione sul telefono.

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Acompli per iPhone

 

Boxer

L’ultimo provato è Boxer. Sembra potenzialmente anche il migliore. Integrato con Dropbox, Evernote, Salesforce, Facebook, ecc. C’è un ToDo facilmente raggiungibile, purtroppo però non ha una casistica preordinata di avvisi. Non l’ho potuto provare, ancora: sulla beta 4 di iOS 8 crasha che è un piacere 😉

Boxer app per iOS

Boxer app per iOS

Voi che app usate?

Play Osmo


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Nativi digitali

Se avete figli piccoli e in casa gira il vostro smartphone e il vostro tablet, sarete in parte contenti della loro capacità d’uso del mezzo digitale (perché diciamocelo, mezz’ora di pace per i genitori ogni tanto ci sta proprio bene), in parte preoccupati (perché da bravi vecchi ritenete che il gioco e la manipolazione manuale ed analogica sia più stimolante e formativa).

Io ho comprato Osmo in anteprima, perché ho visto dei video e non vedo l’ora che i miei piccoli ci giochino in modo costruttivo. Tangram, lettere e numeri o disegni, il gioco consente di far sposare in armonia analogico e digitale. Mi sembra veramente un bel progetto.

 


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Privacy e biscottini

Avete notato come ultimamente molti siti web mostrino una barra in sovrapposizione in cui si dànno indicazioni sull’uso dei cookies e dei dati che questi raccoglieranno durante la nostra navigazione? Ciò discende da alcune normative europee (alcune approvate, altre in via di definizione) che hanno giustamente posto l’accento sulla raccolta dei dati di navigazione degli utenti Internet, spesso ignari e inconsapevoli. Chi naviga su un sito web, lascia tante informazioni che i gestori dei siti stessi raccolgono, analizzano, nel peggiore dei casi rivendono.

I cookies sono utili per buona parte di noi anche come utenti: atterrare sul nostro sito web di e-commerce preferito e trovare già la home page in italiano, dei suggerimenti per gli acquisti in base alle nostre abitudini o alle precedenti navigazioni o a carrelli abbandonati il giorno prima, ecc. Sono utili anche per i gestori dei siti web, che grazie ai dati raccolti possono inserirci in cluster sempre più precisi e definiti e dunque darci ciò che vogliamo, come lo vogliamo, nel momento opportuno. Come sempre, ogni strumento può essere utilizzato più o meno correttamente, dunque l’attenzione del Garante della Privacy è corretta e dovuta.

Quello italiano ci sta mettendo un po’ di tempo, ma leggo oggi che pare abbia finalmente interiorizzato parecchi consigli di settore che le varie associazioni, a partire da IAB, hanno saputo fornire.

Innanzitutto la distinzione tra cookie tecnici (di navigazione, di sessione, di funzionalità o di web analytics) e cookie di profilazione.

I primi non dovrebbero avere bisogno di preventiva accettazione da parte degli utenti. Diverso il caso dei cookie di profilazione: gli utenti dovranno essere adeguatamente informati sull’uso degli stessi e dovranno prestare il loro consenso informato.

Secondo punto interessante, la responsabilità degli editori per i soli cookie di proprietà. Se ospito banner o elementi terzi che utilizzano cookie, io come editore non avrò responsabilità diretta per il loro uso, responsabilità che avranno i titolari degli elementi terzi stessi ospitati nel mio sito. Non è uno scarica barile, ma l’accettazione che il singolo operatore non può essere gendarme sia per limiti di controllo che può operare, sia – in alcuni casi – per limiti tecnici e di expertise.

Sicuramente l’editore dovrà prevedere un banner di idonee dimensioni contenente la prima informativa breve e link a quella estesa. In quella breve dovrà indicare:

  1. l’indicazione del fatto che il sito utilizza cookie di profilazione al fine di inviare messaggi pubblicitari in linea con le preferenze manifestate dall’utente nell’ambito della navigazione in rete;
  2. che il sito consente anche l’invio di cookie “terze parti”;
  3. il link all’informativa estesa;
  4. l’indicazione che alla pagina dell’informativa estesa è possibile negare il consenso 2 all’installazione di qualunque cookie;
  5. l’indicazione che la prosecuzione della navigazione mediante accesso ad altra area del sito o selezione di un elemento dello stesso (ad es. di un’immagine o di un link) comporta la prestazione del consenso all’uso dei cookie.

L’informativa estesa invece (cito documento IAB):

L’informativa estesa deve descrivere le caratteristiche e le finalità dei cookie installati dal sito e consentire all’utente di selezionare/deselezionare i singoli cookie.

All’interno di tale informativa deve essere inserito anche il link aggiornato alle informative e ai moduli di consenso delle terze parti con le quali l’editore ha stipulato accordi per l’installazione di cookie tramite il proprio sito.

Qualora l’editore abbia contatti indiretti con le terze parti, dovrà linkare i siti dei soggetti che fanno da intermediari tra lui e le stesse terze parti, o su unico sito web gestito da un soggetto diverso dall’editore.

Nell’informativa estesa deve essere richiamata la possibilità per l’utente di manifestare il proprio consenso anche attraverso le impostazioni del browser, anche prevedendo un collegamento diretto.

Il consenso deve essere registrato dall’editore.

Sono previste delle sanzioni amministrative:  in caso di omessa informativa o d’informativa non idonea, da 6.000 a 36.000 euro (art.161 del Codice); in caso di installazione dei cookie senza preventivo consenso,  degli stessi comporta la sanzione da 10.000 a 120.000 euro (art. 162, comma 2-bis, del Codice); in caso di omessa o incompleta notificazione al Garante, infine, da 20.000 a 120.000 euro (art.163 del Codice).

C’è un anno per mettersi in regola (dalla pubblicazione in Gazzetta del 3 giugno u.s.).


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Internet, il falso miraggio della gratuità

L’incidente avvenuto stanotte alla server farm aretina di Aruba ha messo in ginocchio molti utenti ed aziende, i cui siti web e blog sono restati a lungo irraggiungibili. Sempre sul web, via Twitter o nei commenti dei quotidiani e dei forum, trovo mille commenti di utenti in difficoltà. Nel migliore dei casi ironici. Quasi sempre però adirati nei confronti di Aruba.

Avendo lavorato per un ISP so bene come un incidente può capitare a tutti, dal più banale trancio di un cavo lungo la strada da parte di una ruspa ad un problema sui backbone internazionali, ecc. Esistono contromisure, ridondanze, opzioni di business continuity o anche solo di disaster recovery studiate per limitare i rischi e l’eventuale down dei sistemi.

Maggior tutela voglio, di norma, maggior costo debbo sostenere.

Eppure, tutti i commentatori adirati dimenticano troppo facilmente questa regola semplice. E dimenticano che la loro scelta di Aruba quale ISP è stata dettata dal solo fattore economico: spendere 20 euro l’anno per il proprio sito aziendale, dominio e mail inclusi. Non cercavano allora qualità, banda garantita, SLA stringenti di uptime, servizi di business continuity… perché li vorrebbero adesso, magari inclusi nei 20 euro?

Ripeto, ad ognuno può capitare un danno e dunque qui non sto a tirare alcuna croce contro Aruba, ma certo vorrei che il pubblico Internet iniziasse a comprendere che – come nella vita reale – la qualità ed i servizi si pagano. Anche su Internet.