Il Blog di Lebowsky

"Tiente largo, ma datte 'n limite" (cit. M. Paolini)

Alessandro ha lasciato 48 euro

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Stavo scrivendo questo articolo quando c’è stato un improvviso subbuglio. Un detenuto si è impiccato alle 11 di mattina. Ha lasciato la lista della spesa. La copio, qualcosa vorrà dire.

Può darsi che ci sia ancora chi pensa che la depressione sia un’invenzione per ricchi. “Quando si faceva la fame nessuno si poteva permettere la depressione”. Non è vero, naturalmente: ma fa piacere dirlo. In generale, si è capito che c’è una malattia, che bisogna curarla, che chi ne soffre non è colpevole di soffrirne, che perché si aiuti a uscirne bisogna che il suo Dio o qualcun altro lo aiuti. Questo nella società. In quei sordidi scantinati che la società non ama vedere e che si chiamano carceri, non solo la depressione, ma qualunque ingrediente più che zoologico dell’esistenza appare come un lusso oltraggioso. Anzi, neanche solo zoologico, e sia pure della zoologia reclusa, poiché i direttori degli zoo vanno fieri degli accoppiamenti e tanto più delle nascite in cattività, mentre nelle galere l’idea di normali relazioni sessuali appare come una provocazione ai benpensanti. È quello stato d’animo che fa ancora esclamare: “Hanno anche la televisione!”. Niente sesso, che evidentemente è ritenuto una voluttà superflua, o un premio alla buona condotta, e niente malattie troppo sofisticate, come appunto la depressione. Un detenuto che si dica depresso è uno spiritoso.

Ho letto coi miei occhi provvedimenti di giudici di varie località d’Italia che dichiaravano la malattia mentale immeritevole di considerazione circa la compatibilità con il regime carcerario, dato che si tratta appunto di una questione mentale, dunque, secondo loro, non organica.

Il grossolano pregiudizio sulla inorganicità di malattie mentali e ferite della psiche si combina esplosivamente, in galera, con il più tipico pregiudizio di tutti i carcerieri, che i carcerati simulino. Pregiudizio non del tutto infondato (chi di noi non simula qualcosa) ma destinato a danni collaterali: perché non di rado i carcerati spingono la simulazione a una perfezione tale da lasciarci le penne, e allora tutti ci rimangono male, se non altro per le statistiche. Insomma, la Corte costituzionale si è pronunciata sulla depressione, chiarendo che si tratta di una malattia non solo per i liberi ma anche per i carcerati e dunque rientra, salva la gravità, fra le sindromi da prendere in conto trattando dei casi di incompatibilità col regime carcerario, per ragioni di salute. Pronunciamento importante, benché ovvio, che farà adesso i conti con la competenza di medici e di magistrati incaricati di dargli applicazione.

Un pronunciamento altrettanto importante è venuto dalla Corte di cassazione a proposito delle cardiopatie. Qui l’ovvietà, direte, è addirittura clamorosa. Già, ma vige largamente un altro pregiudizio: quello secondo cui il malato di cuore (parliamo di malati gravi, a rischio di morte) può curarsi allo stesso modo in carcere o fuori, e anzi in carcere addirittura meglio, dato che le norme della casa costringono a una vita regolare cui fuori magari non ci si sottoporrebbe (non scherzo: c’è chi lo dichiara davvero). Naturalmente, è una pazzia. Non solo perché un assalto cardiaco in carcere ha un’alta probabilità di essere soccorso con un ritardo irreparabile. Ma soprattutto perché la reclusione in cella è per sé un’aggravante penosa di ogni patologia, anzi è essa stessa una malattia, di quelle che mettono d’accordo organicisti e spiritualisti, che prostrano corpo e anima, e tanto più pesante per chi abbia il cuore provato e pronto a spezzarsi. Ho l’impressione che della sentenza memorabile della Cassazione non sia arrivata, nella generalità delle carceri italiane, neanche un’eco lontana.

I medici e gli infermieri penitenziari, di cui ho parlato tante volte qui, hanno a loro volta un regime morale speciale, per così dire. Per essere bravi medici, dentro una galera devono essere bravi il doppio; e se sono cattivi medici, sono doppiamente cattivi. Si misurano con una umanità per definizione vulnerata, con un ambiente materiale e psicologico pesantemente patogeno, con la concorrenza continua fra la loro gerarchia di valori e di doveri (“la salute prima di tutto”) e la gerarchia che vuole la “sicurezza”, e l’inerzia di riti spesso inutili, sempre logoranti, al primo posto. Occuparsi di salute in carcere si può per due ordini di motivazioni. Perché non si è trovato un posto migliore. Perché si è scelto di prendersi cura del prossimo e si prova una passione più forte a prendersi cura degli ultimi fra i propri prossimi.

Ero arrivato a questo punto e martedì mattina c’è stato un improvviso subbuglio, medici agenti e infermieri che correvano. Uno si è impiccato, Alessandro M., un uomo di 41 anni, pisano, l’hanno soccorso freneticamente, ma non ce l’hanno fatta. Uno che era entrato e uscito, era stato operaio metalmeccanico, una sequela di reati legati alla tossicodipendenza, questa volta era più disperato, si era separato da sua moglie, aveva una bambina, non sopportava che gli fosse stata tolta, né che, nonostante il tribunale avesse stabilito che potesse vederla una volta alla settimana, non gliela portassero.

Gli stavano dietro, qui dentro, gli avevano parlato anche questa mattina. Ha ingannato tutti, forse anche se stesso. Impiccarsi a un lenzuolo alle 11 di mattina è una cosa che non si fa. Non ha lasciato lettere: deve aver pensato che fosse superfluo. Forse contava di scriverne una e spedirla. Ha lasciato 48 euro, 12,08 li aveva impiegati per l’ultima spesa, che gli sarebbe arrivata domani. La copio, qualcosa vorrà dire. Francobolli per lettere, 1. Buste bianche, 1. Nutella, grammi 54, zucchero, un pacco, 2 scatole di tonno, Alfa con filtro, 3 pacchetti, 1 bomboletta di gas.

Adriano Sofri, Panorama, 11 ottobre 2004

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