Spesso poi non lo è.
Però, ogni volta che lascio l’Italia anche solo per due o tre giorni, mi rendo conto che non abbiamo speranza. Una volta pensavo che una nuova classe dirigente sarebbe bastata, con un pò di tempo e di buona volontà comuni, a cambiare il nostro Paese. Ora anche l’annunciato annuncio di Uàlter Uéltroni, messo alle strette da chi da anni in fondo si sporca la faccia mentre lui se ne sta lontano (ufficialmente) dalle beghe di politica nazionale, non mi dà speranza alcuna.
Siamo noi italiani a meritarci questo Paese e questi politici. In fondo, è l’italiano medio che non vuole le riforme, l’abolizione dei privilegi (che prima o poi toccano anche lui), che non rispetta quei valori basilari di un viver civile, che attende sussidi, che è vittima di sé stesso. Dunque, parafrasando Moretti in Caro Diario, si merita questi politici e questa situazione. C’è poco da fare. Le file ci danno la nausea, il rispettare le regole la diarrea, esser furbi e ricchi pare l’unico valore residuo in una società impoverita come la nostra.
Così Madrid è l’ennesimo esempio di come la Spagna, fino agli anni ’80 in grosse difficoltà post-franchiste, in due decenni ci ha raggiunto e superato. Una metro efficiente e diffusa, musei gratuiti un giorno a settimana, lavori in corso continui per manutenere/migliorare la città, persone che fanno la fila per prendere l’autobus (senza tentare fischiettando di avanzare di una inutile posizione come avviene da noi), sciami di persone sorridenti che si incontrano in giro per tapas a tutte le ore, socializzando senza inutili fighetterie nostrane, i giornali non hanno tutti i giorni la foto del Papa in prima pagina, la stazione di Atocha colpita dagli attentati è ripristinata ed anzi un giardino botanico suggestivo riempie il corpo principale dell’edificio… La Spagna, non la Svezia.
E noi siamo sempre qui, al palo. Che vien voglia di fare i bagagli ed emigrare.
Giorgio Gaber, Wittgenstein (testo del 1984):
Eh sì, effettivamente, dobbiamo dire, va detto che negli altri Paesi funziona tutto meglio che qui da noi. Ci vuole anche poco, voglio dire!
È perché gli altri sono più seri. Ecco, si impegnano, fanno sacrifici per migliorare. Perché loro credono nell’organizzazione, nelle responsabilità collettive. Voglio dire, i francesi credono alla Francia, gli americani credono all’America. Ci credono, ecco.
Basta andare all’estero, si respira subito un’altra aria, Anche in Svizzera, per dire!
Eppure mi hanno raccontato un aneddoto curioso, vero pare, e riguarda il famoso Wittgenstein, grande filosofo, grande uomo di cultura, tuttologo.
Ecco, questo Wittgenstein pare che tornasse in treno con il suo assistente, sì, pare che tornasse a casa dopo aver terminato il suo ultimo lavoro, un’opera decisiva, il “Tractatus”, che faceva il punto su tutta la filosofia… faceva il punto. Anni di studi, anni di ricerche, anni di saggi, fine del lavoro e meritato riposo. Niente, scompartimento, grande silenzio, a un certo punto pare che il suo assistente abbia chiesto: “Mi scusi, professore, come spiega lei il gesto che fanno gli Italiani?”.
Wittgenstein pensa un attimo poi sbianca in viso: “Porca miseria, devo rifare tutto da capo!”.
Sì, evidentemente c’era qualcosa che non gli tornava. Non riusciva a capire l’atteggiamento, e nemmeno l’allegria degli italiani, proprio loro così incapaci di organizzarsi, incapaci di far funzionare la vita, incapaci persino di farsi un governo.
Ma Wittgenstein era uno scienziato. Forse avrebbe dovuto andare dall’altra sponda dell’intelligenza per afferrare il mistero dell’incapacità consapevole e sublimata…