Il Blog di Lebowsky

"Tiente largo, ma datte 'n limite" (cit. M. Paolini)


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A Cesare ciò che è di Cesare…

Erdogan dice di avere il sostegno del Papa per l’ingresso della Turchia nella UE… un portavoce vaticano, ha detto alla vigilia della visita in corso del pontefice, che la Turchia dovrà essere autorizzata a far parte dell’Unione europea (certo, se risponderà positivamente a tutti i criteri previsti ecc. ecc.).

Si occupassero della fede… che della politica debbono occuparsene solo ed esclusivamente i nostri delegati. O il Papa improvvisamente è un commissario Ue?

Aggiornamento
Pare che la Ue sia meno supina


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Arsenico e vecchi merletti

Oggi sul Foglio, interessante botta e risposta tra l’ambasciatore russo Stanevskiy e l’elefantino Ferrara sulla spy story al polonio 210. Del tutto condivisibili le critiche di Ferrara e le paure che desta il regime di Putin.

Al direttore – Leggo sul Foglio: “Resta il fatto che ogni volta che zar Vladimir ha un vertice europeo si ritrova un cadavere imbarazzante”. Di fronte all’abitudine di accusare “Vladimir il terribile” la logica si arrende. Se un cadavere imbarazza Putin, come mai non ci si chiede: che interesse aveva ad ammazzare “due suoi accusatori” che non rappresentavano neanche una minuscola minaccia per lui? Abbiamo uno zar autolesionista che lo fa soltanto per il gusto di sentirsi diabolizzato da parte dei media? Oppure è tanto scemo da scegliere per i crimini rimbombanti proprio le vigilie dei suoi incontri internazionali più importanti? C’è molto da criticare, anche attaccare nel modo di gestire il potere in Russia. Perché ricorrere alle invenzioni? Perché parlando del recente “caso Stomakhin” affermare che il “giornalista russo è stato condannato a cinque anni di carcere per i suoi articoli sulla Cecenia” (il Foglio)? Non pochi in occidente hanno preso la difesa del “giornalista” mentre si trattava di uno che invocava il terrorismo. Affermava che “i ceceni hanno il pieno diritto morale di far esplodere in Russia tutto ciò che vogliono”, glorificava donne-kamikaze e faceva appelli tipo: “Che decine di nuovi cecchini ceceni prendano i loro posti sui versanti delle montagne e migliaia di aggressori cadano sotto le loro pallottole sacrosante!”. Gli stereotipi sono pane dei media, ma almeno il Foglio cercava finora di evitarli.
Felix Stanevskiy, Mosca

Risposta del Direttore
Caro ambasciatore, gli automatismi sciocchi del giornalismo contaminano quanto il polonio 210, qualche caso radioattivo può rintracciarsi anche da noi. Ma la sua lettera sarebbe più convincente se lei si sforzasse, come ha fatto in tante corrispondenze per noi e farà in futuro, spero, di dare conto con la sua abituale serietà di un regime politico molto poco rassicurante. Non faremo l’errore comodo di puntare il ditino accusatorio senza prove contro il presidente russo, ma al suo imbarazzo, dopo questi ultimi due delitti, corrispondono altri imbarazzi: imbarazzante fare i giornalisti e gli agitatori politici a Mosca, quando si prende l’ascensore di casa come Anna Politkovskaja; imbarazzante appartenere al circuito di Boris Berezovsky, il fuoriuscito a Londra che si oppone a Putin, con il rischio di contaminarsi per davvero. Putin, con tutto il suo imbarazzo, vivrà tranquillo nel Wto la fine del suo mandato. Noi siamo meno tranquilli. Ed è nostro dovere domandarci il perché. Come regola generale, uccidere paga, il delitto ha una sovrana funzione intimidatrice, come ha scritto Alessandro Giuli sabato scorso. E se non fossero stati compromessi diritti e libertà, nella Russia di Putin, il regime sarebbe al di sopra di ogni sospetto.


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Ottusa violenza e realtà di fatto

da l’Unità del 19 novembre 2006, un articolo a firma Luigi Manconi e Andrea Boraschi:

"Accade spesso che un malato venga curato senza prospettiva alcuna di guarigione? Capita di frequente che venga prolungata medicalmente (artificialmente, con pratiche più o meno invasive, più o meno dolorose) la vita di chi, comunque, è destinato, irreversibilmente, a non farcela? Sono, questi e altri ancora, i difficili interrogativi che rendono il senso dell’istituto del Testamento Biologico (o Direttive anticipate): uno strumento giuridico (di cui si discute in Parlamento in queste settimane), finalizzato a tutelare il paziente nei confronti dell’accanimento terapeutico.
«A Buon Diritto. Associazione per le libertà» ha promosso la prima ricerca in Italia sull’opinione della classe medica nei confronti del Testamento Biologico. Un’anticipazione dei dati emersi da questo studio, realizzato da Enzo Campelli e da Enza Lucia Vaccaro, dell’Università «La Sapienza» di Roma, evidenzia come, secondo un campione rappresentativo (266 intervistati in 19 ospedali distribuiti sul territorio nazionale), l’accanimento terapeutico sia una pratica notevolmente diffusa. Il 57% dei medici intervistati (oncologi, anestesisti, rianimatori e appartenenti ad altre specializzazioni) riconosce che, nella prassi clinica, è «frequente» osservare situazioni di accanimento terapeutico; per il 36% si tratta di una eventualità «poco frequente» e solo per il 2% non si verificano «mai o quasi mai» simili situazioni.
L’indagine, da cui traiamo questi dati, verrà presentata giovedì prossimo, 23 novembre, in un convegno al Senato dal titolo «Il dolore e la politica. Testamento biologico, accanimento terapeutico, libertà di cura» e vedrà intervenire, tra gli altri, il ministro della Salute, Livia Turco, e Ignazio Marino, presidente della commissione Sanità del Senato. E già questi dati, che rappresentano una parte esigua rispetto alla mole di informazioni raccolte, meriterebbero ampia discussione e attenta analisi.
L’accanimento terapeutico emerge come una pratica ampiamente diffusa e come un nodo irrisolto, rispetto al quale si fa sempre più vistoso il vuoto normativo vigente. Le questioni “di vita e di morte”, dunque, si fanno sempre più centrali, e salienti, nel dibattito pubblico. E la politica, lentamente e faticosamente, sembra cominciare a farsi carico di quanto di più umano (e vivo) vi sia nell’esperienza di ognuno: il dolore, appunto. Che non rappresenta un “semplice” stato di sofferenza, ma è divenuto, piuttosto, fattore sintomatico e critico di molte vicende patologiche. Il continuo progresso delle scienze mediche e delle biotecnologie rende spesso impalpabile il confine tra cura doverosa e accanimento terapeutico; e quel confine sfugge, in genere, alla capacità di conoscenza e di controllo del diretto interessato: il paziente.
È in virtù di questo progresso e di questa “sottrazione di autonomia” che nascono casi quali quelli segnalati dall’Associazione Luca Coscioni. E sono emblematiche le parole che Piergiorgio Welby usa per descrivere lo stato in cui la malattia l’ha ridotto: «La distrofia muscolare progressiva è una delle patologie più crudeli; pur lasciando intatte le facoltà intellettive, costringe il malato a confrontarsi con tutti gli handicap conosciuti: da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, poi arriva l’insufficienza respiratoria e la tracheotomia. Il cuore, di solito, non viene colpito e l’esito infausto, come dicono i medici, si ha per i decubiti o una polmonite. Io ho raggiunto l’ultimo stadio: respiro con l’ausilio di un ventilatore polmonare, mi nutro di un alimento artificiale (Pulmocare), parlo con l’ausilio di un computer e di un software».
Per quanto atroce possa essere la condizione qui descritta, se ne possono determinare di ancor più mortificanti e degradanti. È vero, infatti, che oggi sappiamo che il cuore può continuare a battere anche quando è sopravvenuta la morte cerebrale; e che si può sopravvivere per dieci o vent’anni in stato vegetativo permanente: ma questo vuol dire che – grazie a macchine sofisticate – la persistenza della vita non corrisponde sempre all’esistenza di una persona, dotata di sensibilità e di volontà e capace di esperienza e relazione. Di fronte a casi di questo genere, non esiste un orientamento medico, o legislativo, univoco, capace di prevedere una prassi clinica per ogni tipologia patologica: e in grado di indicare una metodologia d’intervento e di “soluzione” rispetto alla complessità delle questioni in gioco. E se ciò appare ovvio e normale, non altrettanto pacifico ci appare il fatto che, parimenti, sia il malato stesso (il titolare di quell’esperienza e di quel corpo dolente) a non disporre di alcuno strumento di tutela del valore delle sue scelte.
È oramai paradigmatico, in tal senso, il caso di Eluana Englaro: in stato vegetativo permanente dal 1992, questa giovane donna, che vive senza possibilità alcuna di tornare a uno stato di coscienza, continua ad essere alimentata e idratata artificialmente: continua, cioè, ad essere tenuta in vita. Suo padre ha più volte chiesto che fosse «lasciata morire», che le fossero interrotte alimentazione e idratazione, per porre fine alla sua agonia. La riposta della magistratura è stata negativa.
Forse il suo caso rientra tra i molti riconosciuti da quella maggioranza di medici, che vedono l’accanimento terapeutico ridotto a routine clinica; forse quella moltitudine di casi, quell’enorme “scialo di dolore”, merita una soluzione (sia pure parziale e imperfetta): che consista semplicemente nel dare, a ciascuno di noi, la possibilità di decidere della propria vita e della propria morte, in coscienza e autonomia. Per quanto e fin quando è possibile."


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Il buco dell'ozono

Ci sono cose gravissime, al mondo. Come ad esempio rischiare di esser scambiati per i tenutari di un blog come Lebowsky. Dio ce ne scampi e liberi! Eccomi allora a precisare che Andrea Boraschi NON è il tenutario di questo blog. Ditelo anche alla CIA e al KGB, non si sa mai…

PS: bene così Bobo?


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Domani, convegno sulle libertà di cura

Convegno A Buon Diritto

Oltre ad essere particolarmente delicato ed interessante l’argomento, oltre a presentare ottimi relatori e un discreto coordinatore (ehm), sarà presentato per l’occasione uno studio commissionato proprio da A Buon Diritto sulla situazione reale negli ospedali e nei luoghi di cura italiani, rispetto all’eutanasia ed alle libertà di cura. Tale studio dovrebbe uscire anche su La Repubblica. I dati saranno sorprendenti. Ma non li dico, lasciando al giornale l’esclusiva ed al Convegno il crisma di ufficialità e luogo deputato alla presentazione della ricerca. Magari ne riparleremo qui.


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Son sempre 70 anni

Aivoglia a dire che il giorno stesso dell’operazione era in piedi, che recuperava meglio di Maldini e Baresi. A me ieri sera a cena è giunta voce, affidabile e “interna” alla CdL, che Silvio Berlusconi non recupera affatto velocemente e che i festeggiamenti per la vittoria elettorale in Molise vengono di continuo rinviati perché ancora non riesce a presenziare…


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Lebowsky stuntman

Non ho scritto in queste ultime settimane. Pur integro, connesso e pensante. Capita spesso che non abbia voglia di scrivere o che non abbia fisicamente tempo, per il lavoro o per quella follia che sono diventate le nostre giornate.

In più, a complicarle, ci si è messo un piccolo inconveniente due lunedì fa: il sottoscritto, per un anomalo difetto della moto appena comprata, si è ritrovato a volare in autostrada ad una discreta velocità. Risultato un volo di cinquanta metri tra le auto, a pancia sotto, frenando con le mani per non schiantarmi contro il new jersey, correndo gattoni per togliermi dalle balle prima che le auto mi stritolassero del tutto, moto disastrata.

Me la sono cavata buttando via guanti, scarpe, pantaloni, maglione… un paio di lividi sulle chiappe… una infrazione alla prima falange del mignolo mano sinistra e qualche piccola, ridicola escoriazione. Se col lavoro qui va male, mi metto a fare lo stuntman. Bah…


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Indult-oh

Tutti o quasi l’hanno votato, tutti o quasi lo stanno contestando. Evviva la coerenza e il coraggio delle proprie azioni. I giornali poi ci mettono del loro, con titoli sensazionalistici che fanno leva sulle paure delle persone. Da qualche giorno c’è ad esempio una gran polemica sulle cifre ipotizzate in fase di varo del provvedimento e su quelle reali fornite da Dap ora. Pare che gli scarcerati siano quasi il 40% in più delle previsioni.

Tutti scandalizzati da tanti delinquenti in più per strada? Io, nel mio piccolo, mi preoccupo molto di più del fatto che chi è preposto a ciò non abbia il polso della situazione e faccia simili errori previsionali. Come si fa a non sapere quale popolazione carceraria si gestisce? Ecco allora che le scarcerazioni errate post provvedimento, non debbono più stupire troppo…