Il Blog di Lebowsky

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Il bue dice cornuto all'asino

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Ogni anno il Dipartimento di Stato USA sui diritti umani pubblica un rapporto in cui bacchetta quegli stati che violano in qualche modo tali diritti. La Cina, ça va sans dire, è sempre inclusa in tale rapporto e sempre criticata duramente, com’è giusto che sia (il fatto di essere diventata una potenza economica appetibile per gli affari occidentali, non deve farci dimenticare infatti che non è uno stato democratico, che le persone muoiono come mosche per condanne politiche, che il Tibet versa nelle condizioni che sappiamo, ecc.). E’ però un primo lampante caso di “bue che dice cornuto all’asino”, visto che la democrazia per eccellenza è la prima a non rispettare i diritti umani.

Così quest’anno Pechino risponde alle accuse e diffonde un durissimo rapporto sulla situazione negli Stati Uniti. L’America mastica male e si difende parlando di “caricatura” e di attacco. Leggendo meglio pare però che questo dossier sia costruito a partire da sole fonti ufficiali, da dati incontrovertibili. Se anche in questo caso vien da pensare “ma da che pulpito”, ritengo questo dossier necessario: gli USA infatti sono l’unico paese mai incluso nel rapporto annuale del Dipartimento di Stato USA sui diritti umani.

Di seguito qualche interessante informazioni desunta da La Repubblica di oggi:

Il rapporto, intitolato Human Rights Record of the United States 2004, è suddiviso in sei capitoli: diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale; libertà politiche; diritti economici, sociali e culturali; discriminazioni razziali; diritti della donna e del bambino; diritti umani dei cittadini stranieri.

Nel primo capitolo viene ricordato, per esempio, che ogni anno 31.000 americani sono uccisi (in media 80 al giorno) e 75.000 sono feriti da armi da fuoco. Sono per lo più vittime innocenti di una società armata fino ai denti, dove il 41,7% degli uomini e il 28,5% delle donne hanno un’arma da fuoco in casa.

Le statistiche del Dipartimento di giustizia americano dipingono anche una polizia dal grilletto facile, e non solo con fucili e pistole. L’ultimo trend che preoccupa la magistratura americana è l’uso indiscriminato dei Taser da parte dei poliziotti: pistole che lanciano una scarica elettrica, hanno fatto 80 morti dalla loro introduzione come armi d’ordinanza nel 1999. E’ sempre il Dipartimento di giustizia Usa a confermare che l’America ha in proporzione la più alta proporzione carceraria del mondo: si è sestuplicata in vent’anni, da 320.000 a due milioni di prigionieri.

La frequenza di errori giudiziari è elevata. La costruzione di nuove carceri procede implacabile: la California negli ultimi vent’anni ha inaugurato una sola nuova università e 21 istituti di pena. Le prigioni sono il secondo datore di lavoro dopo la General Motors. Il capitolo sulle libertà democratiche si apre con un’analisi (sempre riportata da fonti americane) del ruolo corruttore del denaro nelle campagne elettorali: 4 miliardi di dollari quella del novembre 2004.

Una citazione va anche al problema – molto sentito dalla stampa americana – dei giornalisti perseguiti per non aver voluto rivelare le proprie fonti, o dei reporter stranieri respinti alla frontiera per le nuove normative post-11 settembre.

La discriminazione razziale? Il patrimonio medio di una famiglia bianca è 15 volte quello di una famiglia di neri. Le persone di colore e le minoranze etniche compongono il 70% della popolazione carceraria. Parità fra i sessi? Lo stipendio medio della donna americana è l’81% di quello maschile. Il numero di cittadini che vivono sotto la soglia della povertà ha raggiunto i 36 milioni, in aumento di 1,3 milioni in un anno. Venti milioni di bambini vivono in famiglie sotto il livello di sussistenza, e ogni anno 400.000 minori finiscono vittime dell’industria della prostituzione.

Il rapporto include gli scandali più recenti che hanno avuto come vittime cittadini stranieri: i documentati casi di torture di prigionieri nelle carceri di Guantanamo e di Abu Ghraib, incluse le sevizie sessuali, in violazione della Convenzione di Ginevra. Un orrore su cui ancora sono aperte diverse indagini giudiziarie, e che ha macchiato l’immagine degli Stati Uniti nel mondo.

In quanto alle guerre “di liberazione”, i cinesi ricordano che l’invasione dell’Iraq ha fatto 100.000 vittime civili, in larga parte donne e bambini. Nonostante queste performance, conclude il rapporto di Pechino, il governo americano ogni anno si erge a giudice del mondo intero, assegnando una pagella sui diritti umani a 190 paesi.

Naturalmente il rapporto cinese, pur costruito a regola d’arte, è pieno di ironie involontarie. Il lungo capitolo dedicato alle note disfunzioni dei seggi elettorali americani (dalla Florida in poi) ci ricorda che a Pechino il problema è stato risolto alla radice evitando che i cittadini possano eleggersi i propri governanti. La difesa dei diritti dei giornalisti americani viene da un paese che ha il record di giornalisti in carcere (incluso un cronista cinese del New York Times).

Brillano anche certe lacune nell’istruttoria anti-Usa. Non vengono menzionati i “bracci della morte” nelle carceri americane, forse perché in Cina si eseguono più condanne capitali che in tutto il resto del mondo: per mantenere i giovani sulla retta via, ci portano ad assistere anche le scolaresche. Manca un’analisi accurata del Patriot Act e del regresso nelle tutele degli imputati americani dopo l’11 settembre, ma in Cina la polizia ha poteri illimitati e il giro di vite americano deve essere passato inosservato.

A questo Human Rights Record of the United States si può rispondere ribaltando l’accusa dei cinesi: da che pulpito viene la predica. L’Alta Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, dopo aver visitato la Cina nel settembre 2004, ha pubblicato nel febbraio 2005 un rapporto in cui descrive il ricorso sistematico ai lavori forzati, ai campi di rieducazione e agli ospedali psichiatrici per colpire “coloro che si oppongono al partito comunista”. Ha denunciato l’uso indiscriminato e generico di concetti come “turbativa dell’ordine pubblico” o “danni alla sicurezza nazionale” per imprigionare cittadini per motivi politici. Ha messo sotto accusa un sistema che persegue penalmente persone colpevoli solo di voler “esercitare in modo pacifico i loro diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani”.

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