Il Blog di Lebowsky

"Tiente largo, ma datte 'n limite" (cit. M. Paolini)


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Gnu economy

Quando ho iniziato questo lavoro (1999), come molti per vie traverse, la bolla speculativa della new economy e di Internet era iniziata da poco e tutto pareva profilarsi all’orizzonte come nuovo, dinamico, positivo. Mille nuove possibilità, nuovi lavori e nuovi profili, un mercato con regole nuove, aperto e possibile anche a chi aveva solo le idee e non i capitali.

Poi come sempre accade in Borsa e nell’economia più in generale, le curve invertono direzione e le bolle speculative implodono, ricordandoci come le regole dell’economia (più o meno) sono sempre le stesse e come l’uomo, soprattutto, sia sempre lo stesso. Altro che new economy: era sempre economy, un pò drogata, e chi non l’ha capito per tempo è finito a gambe all’aria. Il 2001 fu più o meno l’anno horribilis.

Gli anni successivi sparirono molti “cantinari” e tantissime web agency, subito dopo il mercato espulse schiere di Isp (Internet Service Provider), e così via andando, riportando alle regole di sempre la new economy, con in più la severità tipica di un risveglio dal sogno: aziende che molto e male avevano speso negli anni d’oro sul media Internet, chiusero i portafogli rifiutando altri investimenti. Così per alcuni anni, una stagnazione di mercato fu evidente.

Circa dal 2003-04, iniziarono a rincorrersi invece le voci secondo cui il mercato ICT (Information & Communication Technology) sarebbe di lì a poco ripartito. Era nell’aria… Ma fino ad un paio d’anni fa, la ripresa non si vide, con ulteriore moria dei piccoli e rafforzamento dei grossi, che magari facevano spesa sul mercato delle realtà più interessanti. Oggi, la ripresa c’è ma è comunque abbastanza contenuta, se generalizzata all’intero settore; corrono invece alcune società ed alcuni segmenti del mercato, che hanno saputo meglio interpretare il “momento” (o – non nascondiamocelo – che hanno saputo utilizzare al meglio i contatti giusti).

Oggi le aziende spendono meno per i propri siti web di rappresentanza e molto più per i servizi legati alla Rete IP, che siano quelli erogati dal proprio web (booking online per il turismo o i trasporti, gestione dei propri contratti assicurativi, bancari, ecc., e così via) o che impattino sulle procedure interne (BPM, ERP, documentale, postalizzazione, ecc.). Spesso il mercato sta spostando le voci di spesa legate all’IT da risorse interne all’azienda a risorse esterne: outsourcing di processo o dei servizi,  body rental, ecc.

Il mercato c’è, si sta adattando all’economica ed ai sommovimenti tellurici tipici italiani, ai vizi di forma delle nostre regole, ai monopoli de facto, alle ingenerenze politiche ed alle cazzate dei nostri “manager”.

Epperò, proprio perché ci lavoro da tanti anni, mi rendo conto di come spesso sia un mercato folle, un settore in cui sia difficile lavorare, in cui sembri tutto indispensabile e urgente senza esserlo. I clienti chiedono soluzioni “per ieri”, sono tutte fondamentali ed urgenti, ma vogliono pagarle poco, trattando tanto, pagando in ritardo.

Le aziende debbono difendersi, per cui tengono staff ridotti, in alcuni casi con formule contrattuali che sono pastrocchi di cui ringraziare i nostri governi e i nostri sindacati, spingendo sui commerciali in termini di budget e fatturati da raggiungere e aggiungendo stress a vite già sature.

Alla fine, passiamo tutti le giornate al cellulare, a leggere e rispondere alle mail, a farci il fegato marcio per il lavoro, a viaggiare in aereo, treno ed auto per coprire il “mercato”, mettiamo in fila riunioni e convegni, scambiamo biglietti da visita come santini, tendiamo ad essere sempre reperibili (io non più), diamo al lavoro più di quanto meriterebbe.

Perché il lavoro dovrebbe darci gli strumenti materiali per vivere. Non dovrebbe alimentarsi della nostra vita, lasciando solo scampoli ridicoli alle cose più importanti. Altrimenti diventiamo né più né meno che criceti in gabbia, tutto il giorno a girare su una ruota, fino al momento in cui per noi quella sarà la vita, non sarà una gabbia e non sarà una ruota.

E questo avviene non solo nel settore ICT, anche se questo mostra più di altri certe follie.

Il lavoro ormai è il problema di migliaia di persone. Dal no profit al profit, viviamo in Italia distorsioni inaccettabili, frustrazioni diffuse e interessi che crescono sempre e solo sulle spalle dei singoli, tanto più se istruiti e con la speranza di mettere a frutto anni di studio.  Ma questa è un’altra storia e meriterebbe un altro post.

Dove voglio arrivare? Non ne ho idea… so solo che sto mettendo le cose nelle loro caselle, piano piano, liberandomi da certe ansie, da certi falsi doveri, dalle esagerazioni. Prendendo le cose in un’ottica più sana, con la consapevolezza che i lavori si cambiano, le città si cambiano, la vita può e dovrebbe essere diversa.

Poi, il resto si vedrà.


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E che sfiga!

Il discorso sarebbe ampio e lungo: privacy, telecamere che riprendono qualsiasi cosa al Mondo, scelte personali, ecc. Ma il signore pizzicato dalle telecamere del Giro d’Italia mentre era al mare con l’amante e così scoperto, fa simpatia per quanto è sfortunato. Nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con un camerman indiscreto ed un parente della moglie che… ma un pacchetto di fatti suoi?


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Un giorno di ordinaria follia

Martedì avevo una giornata di lavoro a Torino e per ottimizzare la mia agenda settimanale, avevo deciso di partire molto presto in aereo per rientrare a Roma già in serata. Dunque, sveglia alle 5 per essere in aeroporto alle 6. Una colazione rapida post check-in e poi mi presento al gate… passano i minuti ed arriviamo all’ora di imbarco… passano altri minuti e siamo avvertiti che ci sono dei problemi. Per farla breve, i problemi si riferivano alla composizione dell’equipaggio ed erano problemi diffusi su tutti o quasi gli altri voli Alitalia.

Ovvero: non era un sciopero, ma era uno sciopero. Qualcuno si da malato, qualcuno arriva in ritardo, con l’effetto che il singolo volo non può partire per tempo. Ed io che alle 6 ero a Fiumicino, sono riuscito a decollare solo alle 8. Arrivati a destinazione, altra piccola chicca: dieci minuti in piedi fermi dentro l’aereo, in attesa di una scala mobile che ci portasse a terra, risultando guasto e bloccato il bridge di collegamento diretto con l’edificio. E in quei dieci minuti, lo stewart si giustificava e incolpava della situazione l’azienda, che non rispetta gli accordi sindacali già sottoscritti… Insomma, in ufficio sono arrivato alle 10 invece che alle 8.30.

Anche il volo di rientro non è stato uno scherzo. In primis perché mi son dovuto sorbire una filippica di un tassista torinese (simpatico) che a mò di Troisi in “Ricomincio da tre” mi diceva che dovevo scappare in Spagna, che lui ci aveva vissuto e che ci sarebbe tornato, che l’Italia è un paese dormiente, spento, che non da nulla a noi giovani, che passiamo una vita in sale d’attesa per uno stipendio di sopravvivenza, ecc. ecc. Insomma, una situazione buffa.

Entrato in aeroporto, scopro a video che il volo di rientro delle 21.30 era stato spostato alle 21.50. Olé. Presa con filosofia ormai, ceno al self service prima di passare il varco di sicurezza. Nel frattempo, avendo ormai terminato qualsiasi cosa da leggere che mi ero portato appresso, prendo un giornale da una panca, Le Figaro. I minuti passano e nemmeno il primo ritardo viene rispettato. Leggo il giornale e come sempre trovo che i quotidiani francesi hanno una copertura delle notizie di politica e cronaca estera che ci fa impallidire, chiusi nel nostro provincialismo.

Magari due righe, un trafiletto, ma riportava notizie sullo Sri Lanka, sul Vietnam, su Afghanistan e Iraq, su Libia, su Marocco, sul Sud America, un’intera pagina sugli scontri nelle Filippine e ancora su almeno altri venti paesi, nonostante ci fosse la notizia dell’insediamento di Sarko all’Eliseo.

Insomma, l’Italia tra trasporti e informazione, a volte fa veramente pena…


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Famolo Day

Ci siamo. Siamo arrivati. Sabato 12 maggio in piazza ci saranno tante persone, convocate da quella Chiesa così moderna ed evoluta che ogni giorno cerca di demolire l’amore e la tolleranza, con ricatti politici belli e buoni (e molti nostri politici, di così alto lignaggio, si fanno ricattare senza pudore e dignità).

Così questo blog “aderisce” ad una contromanifestazione, che trovo assai più dignitosa ed allegra, che la vita non è solo espiazione di colpe ma speranza e capacità di gioire: il Famolo Day. Come scrive il Trio Medusa, lunedì 14 maggio “è aperto a tutti: sposati, conviventi, amanti, omo, etero, gruppo e si, anche single (datevi da fare). Mettete mano alla vostra agendina dei numeri da chiamare in caso di emergenza, convincete le vostre mogli, conviventi, amanti che siete ancora in grado di fare qualcosa in quel campo, perchè il FAMOLO DAY è una cosa importante. Non ci sarà una piazza ad attendervi ma un letto a due piazze (o un divano, una lavatrice, quello che volete)“.

Famolo Day


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Libero cilicio in libero Stato

Ho letto oggi, in ritardo, un articolo a firma Boraschi-Manconi comparso su l’Unità il 13/03 u.s. Anche se ne consiglio la lettura integrale qui, ecco alcuni passaggi interessanti:

[…] Insomma, è pacifico che per noi Paola Binetti può fare, del suo corpo, ciò che meglio crede: libero cilicio in libero stato. […]

[…] Tuttavia, una contraddizione appare stridente: i credenti si appellano a quel principio di sovranità sul proprio corpo per rivendicare un loro diritto e una loro libertà; si appellano a un principio che, fatta salva questa circostanza, combattono ogni giorno in materia di libertà di cura, di maternità consapevole, di politica sulle droghe, di riconoscimento del valore delle scelte sessuali e relazionali della persona. […]

[…] Pure, diamo a quei credenti un modesto consiglio: attenti, se la battaglia (che per alcuni di voi appare proprio una “guerra”) che avete avviato contro molte libertà personali conducesse davvero a un controllo della sfera pubblica sulle libertà individuali, un giorno qualcuno, per una strana eterogenesi dei fini, potrebbe contestarvi l’uso di qualsivoglia ruvida corda di peli di capra, cinta sulla coscia o dove più vi pare. E, allora, dovrete augurarvi che qualche radicale senza Dio, qualche liberale illuminato, qualche sincero democratico corra in vostro aiuto, a difendere la vostra libertà di credenti.


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Indulto, ci risiamo

Ci risiamo. Passa qualche altro mese, escono fuori nuove statistiche (quelle Dap sono poi spesso “interpretabili”, vedi quelle sulle morti in carcere) e sui giornali si accendono nuovamente i riflettori sull’indulto. Pare che “ben” il 12% dei detenuti scarcerati abbia commesso un nuovo crimine e sia tornata dietro le sbarre. E’ tanto o è poco? Io penso sempre, semmai i dati fossero corretti, all’88% di persone che non sono recidive…

Il problema però non sta qui. Perché a margine di queste polemiche, che toccano il nervo scoperto della nostra società, che si sente vieppiù insicura e spaurita, non si tratta mai una questione fondamentale: a fronte dell’indulto, quali provvedimenti sono stati presi affinché le nostre carceri nel giro di pochi anni non si riempano nuovamente oltre ogni limite sostenibile? Quali pene alternative il nostro ordinamento ha introdotto per i reati minori? Quali invece per ridurre i tempi di detenzione preventiva, così alti in un Paese che celebra processi lumaca?

Ecco, facciamoci le giuste domande e prendiamone atto. Altrimenti, tra dieci anni, staremo a contare i recidivi di un nuovo indulto.


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On va voir

Ieri abbiamo avuto la conferma che Sarkozy è il nuovo Presidente della Repubblica francese. Qui si era poco certi di quale fosse la miglior scelta per i cugini, anche avendo tutt’altro scontro ben scolpito in memoria, quello tra Chirac e Jospin.

Ricordo che allora, alla vittoria di Chirac pensai comunque a quanto fosse più presentabile e “di governo” la destra francese, rispetto alla nostra. Forse le cose, per noi, sono un pò migliorate, ma a quasi quindici anni di distanza, non ho cambiato molto idea, visto che un Sarkozy è meno distante dalle mie simpatie di quanto possa esserlo un Cesa…

Ségolène poteva essere un bel segnale di cambiamento, però mi sono rimasti molti dubbi sulla sua levatura politica. Non saprei, dunque non mi sbilancio. Epperò segnalo un passaggio del dibattito televisivo di qualche giorno fa che ha consolidato questi miei dubbi. Ha infatti ricordato la Royale, che all’uscita dal proprio commissariato in piena notte, una poliziotta poche settimane fa nella banlieu parigina è stata violentata.

Condividiamo la preoccupazione, meno la soluzione proposta. “Se diventerò presidente, farò in modo che tutte le poliziotte in turni notturni siano riaccompagnate a casa da una scorta” (più o meno, vado a memoria). Se il prologo non fosse drammatico, verrebbe da ridere. Primo per la formula, che sa un pò di elezioni da rappresentante di classe, “se mi eleggerete, allora io”. Poi per l’idea, irrealizzabile. Quanti poliziotti sarebbero allora deviati a queste attività senza poter operare sul territorio? E se proteggiamo le poliziotte, che sono già armate e addestrate, quante altre donne che lavorano di notte dovremmo scortare a casa (giornaliste, medici, infermiere, ecc.)?

Credo sia più corretto – su quel palcoscenico – proporre inasprimenti di pena (che danno sempre voti, ahimé) o maggior presidio del territorio, utilizzo delle nuove tecnologie (C.S.I. piace tanto… vedi come sono tutti impazziti per il RIS in Italia), sorveglianza e contrasto, ecc. ecc.

Era però solo una piccola segnalazione. Ripeto, di dubbi me ne hanno lasciati entrambi. Bonne chance, amici francesi (noi intanto ci curiamo dei nostri disastri).


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Della giornata ecologista…

Andrea Marcenaro sul Foglio di ieri (grazie a Leibniz):

Ieri ho fatto tutto per bene. Mi sono assicurato che i rubinetti non perdessero, ho spento lavatrice e lavastoviglie, non ho azionato lo sciacquone per la pipì, ho azionato quello più piccolo, col senso di colpa, per la cacca, ho aperto il rubinetto per lavarmi un dente, l’ho chiuso, riaperto per il secondo dente, richiuso, riaperto, richiuso e se n’è andata in questo modo una mezz’oretta. Poi ho diviso i rifiuti. Questi di qua, quelli di là, la carta, il vetro, il resto. C’è voluto il suo tempo. Finché mi sono fatto la pasta senza buttare l’acqua, per lavarci i piatti. Infatti li ho lavati. Dava un po’ sul colloso ma li ho lavati. Stavo per innaffiarci i fiori, per fortuna me ne sono accorto in tempo. Per i fiori bisogna usare l’acqua con cui si lava la frutta. La frutta, per la verità, l’avrei evitata. Ma bisognava bagnarci i fiori. Così l’ho presa, l’ho lavata, ho tenuto l’acqua e ci ho bagnato i fiori. All’ora del caffè ha suonato un amico. Non avendo altra acqua di risulta, l’ho dovuto fare con quella nuova del rubinetto. Gli ho passato lo zucchero. Io non ero nervoso. Alla domanda: “Non l’avresti di canna?” gli ho sparato.